Prologo
Eccoci arrivati all’estate 2009, mese di Luglio, tempo di ferie. La voglia di una vacanza “alternativa” ritorna a farsi sentire dopo la precedente esperienza del 2005 ma le idee su cosa fare sono ancora poche e confuse.

La volontà di prendere bici e bagagli è forte, ma fa a cazzotti con la realtà: l’allenamento è praticamente ridotto a zero. Infatti aldilà di qualche partita a calcetto le uniche uscite in bici effettuate si possono contare sulle dita di una mano, meno di 200 km spalmati nell’ultimo mese a cui si aggiunge anche un noioso mal di schiena che non accenna a passare. Tra un dubbio e l’altro giunge così il 18 Luglio, primo giorno di ferie ed il progetto vacanziero è ancora in alto mare. Il morale è basso, decido di prendere la bici e fare un’uscita verso il vicino (15 km) Passo della Presolana. Al rientro sono un più ottimista: la schiena sembra ok ed è già qualcosa.

L’indomani lo passo tra cartine e google Earth alla ricerca di un itinerario che sia compatibile con la scarsa condizione ma che abbia comunque un suo appeal. La scelta ricade con un tour che dovrebbe arrivare a toccare le dolomiti con possibili variazioni strada facendo.

Preparativi
La scelta del mezzo è scontata: la mia cara, vecchia, mountain bike, già compagna di altre avventure è lì che mi guarda; confesso che qualche dubbio sull’affidabilità l’ho avuto. D’altronde è una bici di oltre dieci anni con migliaia di km sulla catena, milioni di cambiate sulle spalle del povero Shimano Exage, miliardi di pedalate a carico del vetusto movimento centrale. Di prenderne una nuova non se ne parla e passo quindi al fai da te, sostituendo le spazzole dei freni e regolando alla bell’e meglio (dopo innumerevoli smadonnamenti e grazie a San Google) il cambio. E penso positivo.

Per quanto riguarda gli accessori come borse tenda eccetera, ho già tutto.

Perché il cicloturismo?
Probabilmente tanti di voi (spero!) che state leggendo queste sgrammaticate righe vi starete chiedendo: ma chi te lo fa fare? Di cuocerti sotto il sole o essere sorpreso da un temporale, di pedalare ore controvento o arrancare su una salita che pare non finire mai, di arrivare a sera e non poterne più e svegliarti alle sei di mattina senza un singolo muscolo che non sia intorpidito?

Non ho una risposta precisa, ma penso che per qualcuno fare sport vuol dire riposarsi, soprattutto dal punto di vista mentale, concentrando tutte le proprie energie in qualcosa che ci piace, in un obiettivo da raggiungere. Io sono tra questi. E poi fare cicloturismo vuol dire notare luoghi e particolari incontrati sul nostro cammino che in macchina o in moto andrebbero persi; quella salita o quel ponte, quella fontana o quel bar, quel paesino, quella frazione o quel centro storico rimarranno impressi in modo indelebile nella nostra mente proprio perché cercati e trovati nel nostro ideale itinerario minuziosamente pianificato la sera prima e improvvisato il giorno dopo. Fare cicloturismo vuol dire anche imparare a conoscere se stessi, le proprie possibilità e le proprie debolezze; il saper far fronte anche agli inevitabili imprevisti, che puntualmente ci saranno.

Si parte
Dopo alcuni giorni dedicati ai preparativi ed agli ultimi dettagli, la mattina di mercoledì 22 Luglio alle 5 di mattina sono in piedi. Abbandonata l’idea di partire da casa decido di caricare il tutto in macchina ed avviarmi in direzione Edolo, in alta Valcamonica; una volta lì si vedrà; sì, lo confesso, sto partendo e ancora non ho le idee ben chiare su dove andare! Alla faccia della pianificazione, qui siamo all’improvvisazione pura.

Primo giorno: Temù (Bs) – Fondo (Tn) 85 Km
Alla fine a Edolo giro a destra e mi dirigo verso Ponte di Legno. Mi fermo a Temù dove lascio l’auto e alle 8.30 inizia l’avventura.

L’obiettivo è raggiungere la zona di Fondo affrontando subito il Passo del Tonale che è subito un buon test. Dopo i primi chilometri di rodaggio inizia la salita e le sensazioni sembrano buone. Il silenzio e la strada che sale nel bosco mi danno coraggio ed allontanano, almeno per oggi, i dubbi.

Dopo circa un’ora di salita giungo ai 1883 metri del passo: l’aria è fresca e la giornata splendida, mangio qualcosa ed inizio la discesa dove incrocio un altro cicloviaggiatore solitario che sale dall’altro versante. Percorro la Val di Sole dove mi fermo a mangiare qualcosa e mi riposo per una mezz’ora. Il pomeriggio lo passo sui saliscendi della Val di Non giungendo nei pressi di Fondo verso le quattro in perfetta tabella di marcia; trovo un campeggio e vi passo la notte. Come prima tappa sono molto soddisfatto.

Secondo giorno: Fondo (Tn) – Pozza di Fassa (Tn) 97 Km
L’intento della seconda tappa è quello di arrivare a Canazei scavalcando il Passo della Mendola, attraversando Bolzano, passando per la Val d’Ega e valicando il Passo di Costalunga giungendo infine nel cuore delle dolomiti. Sicuramente mi attende un percorso più impegnativo rispetto al giorno prima ma penso positivo.

La salita al Passo Mendola è veramente piacevole, tutta all’interno della pineta. Non è eccessivamente impegnativa, il traffico quasi inesistente e con buona scioltezza giungo in cima. Foto di rito e giù per la discesa, veramente bella e divertente. Quasi in fondo arrivo ad un bivio ed ecco il primo dubbio sulla strada da seguire. Chiedo lumi ad un vecchio ciclista che mi sconsiglia la val d’Ega, giudicandola pericolosa per i ciclisti a causa del traffico e delle gallerie e mi propone l’alternativa di passare da Ora facendo poi il passo di San Lugano, scendendo in Val di Fiemme e quindi proseguendo per la Val di Fassa. Seguo il suo consiglio e, non senza qualche difficoltà di orientamento, giungo ad Ora dopo aver costeggiato il bel Lago di Caldaro, circondato da sterminate piantagioni di mele.

E’ passato da poco il mezzogiorno quando inizio la salita del, per me sconosciuto, Passo di San Lugano; la giornata è caldissima, il sole è a picco e la strada che porta al passo non aiuta certo il morale: lunghi rettilinei completamente al sole solcati da camion. Fortunatamente la carreggiata è molto bella e larga, ma la fatica si fa sentire. Vedo il cartello che indica un paese dal nome confortante, “Fontanefredde”, che mantiene le promesse: c’è una fontana con vasca annessa che è la manna dal cielo. Mi fermo e mi rinfresco, recuperando un po’ di energie, peccato solo che il bar a fianco sia chiuso. Raggiunto finalmente dopo 15 interminabili chilometri i 1300 metri del passo, mangio un gelato e scendo verso Cavalese risalendo la val di Fiemme sino a Predazzo e proseguendo poi nella Val di Fassa seguendo i saliscendi della bella pista ciclabile. Attraverso Moena e Vigo di Fassa, ma l’obiettivo di arrivare a Canazei lo accantono a Pozza di Fassa dove vedo una pensione e mi ci infilo; di mettermi a montare una tenda e dormire in terra proprio non ne ho voglia. La tappa è stata veramente dura anche a causa del caldo torrido che si fa sentire anche agli oltre 1300 metri di Pozza. Comunque sono soddisfatto, il paese è carino ed il paesaggio circostante con le Dolomiti a farla da padrone è splendido.

Terzo giorno: Pozza di Fassa (Tn) – Fuldres (Bz) 102 Km
Anche la mattina del terzo giorno si apre nel migliore dei modi, sole e cielo terso a far da sfondo al gruppo del Sella. Parto verso le 8.30 e i circa dieci Km che mi separano dalla salita di Passo Sella sono l’ideale per carburare.

A Canazei inizia la salita che affronto con ritmo tranquillo cercando di risparmiare energie per il pomeriggio. Durante i primi chilometri la salita è regolare, ma ad un certo punto cambia tutto: davanti a me si apre un paesaggio maestoso, le enormi pareti verticali del massiccio dolomitico mi rendono difficile l’avanzata più della salita. Devo combattere con la costante tentazione di fermarmi a contemplare e fotografare uno spettacolo unico al mondo. Scatto qualche fotografia e riparto alla volta del valico che negli ultimi chilometri presenta le pendenze più severe.

Dopo una breve sosta agli oltre 2200 metri del Passo inizio la lunga discesa attraverso la Val Gardena, raggiungo Selva di Valgardena ed attraverso il bellissimo centro storico di Ortisei. Giunto a Chiusa inizio la lunga risalita della Valle Isarco, al cui culmine si trova Vipiteno che dovrebbe essere il mio punto di arrivo per oggi. Come spesso succede la seconda parte di giornata è la più dura: pedalare nelle ore pomeridiane sotto il sole cocente è sfiancante e mette a dura prova il morale. Vipiteno sembra essere un punto irraggiungibile che, paradossalmente, invece di avvicinarsi si allontana complici le belle piste ciclabili che si divertono a farmi andare ora a destra ed ora a sinistra, ecco una discesa e, subito dopo, beffarda, una ripida salita. La mente inizia a fare brutti scherzi, inizio ad odiare le ciclabili e guardo con invidia l’autostrada del Brennero che lontana sale dritta come un fuso verso la meta. Fortuna vuole che sbucando sulla statale mi imbatto in un Bar vicino a Fortezza. Due toast, Coca Cola e ghiacciolo mi rimettono in sesto e la mente torna a ragionare. Riprendo la ciclabile e in cima all’ennesimo strappo scorgo una pensioncina, messa lì così, in un maso. Inizialmente passo oltre, poi alcuni fattori mi fanno rinsavire: il cielo si sta’ pericolosamente rannuvolando, sono quasi le cinque, ho già fatto più di 100 Km e soprattutto le gambe ne hanno abbastanza per oggi. La serata riserva un temporale con vento fortissimo e tra me e me penso a cosa sarebbe successo se fossi in tenda.

Quarto giorno: Fuldres (Bz) – Silandro (Bz) 110 Km
Dopo il temporale notturno l’aria mattutina è decisamente cambiata e rispetto ai giorni precedenti fa quasi freddo. Abbondante colazione e parto alla volta di Vipiteno dove inizio la salita verso il passo Giovo. Si rivelerà una salita di tutto rispetto: pendenze costanti che in circa 15 chilometri mi porta ai 2100 metri del valico. Sono salito bene, in circa 1h e 45 e senza mai fermarmi anche grazie all’inseparabile iPod che mi ha tenuto compagnia durante la salita. Al passo faccio la conoscenza di un ragazzo tedesco, Jens, anche lui cicloturista, che partito da Vienna è diretto nientemeno che a Nizza, quasi 2 mesi di tour tra Alpi e Pirenei. Un solo aggettivo: mitico.

Al passo tira un vento teso e freddo, mi copro adeguatamente ed inizio la lunghissima e ripida discesa che porta fino a San Leonardo in Passiria. Da lì ridiscendo la val Passiria fino a Merano, dove mi perdo, e prima di ritrovare la strada per la Val Venosta ho praticamente visitato tutto il centro città che si rivela veramente degno di nota. Purtroppo questo girovagare mi fa perdere circa un’ora e quando imbocco la bellissima ciclabile che porta, ininterrotta, fino al Passo di Resia sono costretto a serrare i tempi per cercare di recuperare sulla tabella di marcia. Anche oggi le ore pomeridiane sono micidiali. Il sole picchia che è un (dis)piacere e il vento trasversale non da un attimo di tregua. Mi impressiona la cultura ciclistica che ho trovato da queste parti; nei circa 40 km di pista percorsi ho incontrato centinaia di persone di tutte le età percorrere su e giù la valle. Verso le 16:00, ormai al gancio, mi fermo in un chiosco cercando un po’ di ristoro e un riparo dal sole implacabile. Riparto e pedalo ancora per circa un’ora sempre tra sconfinate piantagioni di mele ed arrivo fino a Silandro. Il mio obiettivo era Prato allo Stelvio, ma per oggi penso che 110 Km possono bastare ed altri 13 chilometri sembrano un’enormità.

Quinto giorno: Silandro (Bz) – Bormio (So) 66 Km
Siamo all’alba del quinto giorno e anche oggi si preannuncia una giornata spettacolare dal punto di vista atmosferico: cielo terso e temperatura ideale. Dopo mega colazione preparo i bagagli e, sorpresa, trovo la bici con la ruota posteriore forata. Un piccolo inconveniente che mi fa ritardare di oltre mezzora la partenza. Poco male, la tappa di oggi non prevede un lungo chilometraggio, circa 70 Km, e non c’è pericolo di perdersi. L’obiettivo è uno e uno solo: arrivare in cima al Passo dello Stelvio, 2758 mt, poi il resto sarà discesa fino a Bormio. Parto circospetto e i primi chilometri fino a Prato allo Stelvio servono come riscaldamento. La salita la conosco già e so che la prima parte pur essendo discretamente impegnativa non è nulla in confronto a quello che deve ancora arrivare. Prima dell’abitato di Trafoi infatti, la strada inizia a farsi più ripida, aumentando sempre più le pendenze che dopo il paese si traducono in una serie di ripidi rettilinei intramezzati fortunatamente da una fitta serie di stretti tornanti che risalgono il fianco della montagna. Il peso dei bagagli si fa sentire e sono costretto ad una serie di piccole soste che sfrutto per scattare alcune foto alle scure, quasi tetre, rocce del gruppo dell’Ortles, così diverse da quelle rosa pallido delle dolomiti. Giunto a circa 2200 mt di quota mi fermo nei pressi di un albergo, mangio un panino e bevo una coca. Una sosta di circa 30 minuti e quando riparto incrocio di nuovo il mitico Jens, fermo pure lui a tirare il fiato. Riparto ed affronto gli ultimi sette chilometri, forse i più spettacolari di questa salita, con la strada che grazie ad una serie infinita di tornanti si inerpica sul fianco della montagna. Mi sento sorprendentemente bene e dopo un’unica sosta supplementare alle 3 del pomeriggio raggiungo i 2758 metri del Passo dello Stelvio. Questa scalata è durata oltre 4 ore. Arrivare fin quassù è sempre una soddisfazione non da poco per chiunque vada in bicicletta, a qualunque livello. Il passo è come al solito affollato: la gente si aggira tra le bancarelle e il profumo delle salsicce alla griglia è irresistibile. Mangio due panini e scorgo Jens che sopraggiunge. Scambiamo quattro chiacchiere in un improbabile esperanto angloitalotedesco e dopo le rituali fotografie ci salutiamo calorosamente; il suo viaggio è ancora molto lungo e proseguirà lungo tutta la Valtellina, mentre il mio obiettivo è Bormio dove penso di passare la notte per ripartire l’indomani alla volta del Passo di Gavia a 2600 mt s.l.m.

La discesa è solo una formalità. A Bormio trovo una pensione senza pretese ma confortevole nel centro storico del paese. Dopo doccia relax cena e giretto in centro mi infilo a letto; domani c’è il Gavia che mi aspetta.

Sesto giorno: Bormio (So) – Temù (Bs) 49 Km
La mattina seguente il tempo è ottimo. Parto da Bormio con il morale alto intravedendo il successo dell’impresa ormai all’orizzonte. Risalgo senza forzare la, a me ancora sconosciuta, Valfurva. La strada sale alternando tratti pianeggianti a brevi strappi fino all’abitato di Santa Caterina Valfurva. Da qui parte la vera e propria salita verso il Passo Gavia. La pendenza non è paragonabile al versante di Ponte di Legno, ma comunque è una salita lunga e costante, da rispettare, che porterà fino agli oltre 2600 metri del passo. Dopo cinque giorni passati sui pedali e oltre 400 km tra passi e valli la fatica non tarda a farsi sentire. Verso metà salita mi raggiungono, affiancano e lentamente ma inesorabilmente mi staccano delle ragazze con gli skiroll, penso appartenenti ad una qualche nazionale juniores di fondo. L’allenatore, bontà sua, ha qualche parola di incoraggiamento anche per l’arrancante sottoscritto ed è solidale con me dicendomi di aver avuto anche lui esperienze cicloturistiche in passato. Ormai più con la forza di volontà che con le gambe procedo lentamente verso la meta che finalmente intravedo in lontananza, sempre più vicina e che raggiungo poco dopo mezzogiorno. Grande soddisfazione. Ora il più è fatto. La discesa la passo a ripensare a tutta la strada percorsa a quel lento procedere in salita e ai quei tremendi pomeriggi passati a pedalare sotto il sole cocente, faticando ma senza mollare, con una meta in testa; pensando che, comunque fosse andata, ne sarebbe valsa la pena.

Grazie della lettura

Riccardo