Prologo
Nell’estate 2005 mi ritrovai mio malgrado (eh sì, non sempre è un bene…) ad avere un intero mese libero da impegni lavorativi ed essendo ormai tardi per programmare una meritata vacanza ecco che l’Indiana Jones (lasciatemi esagerare dai…) che c’è in me comincia a programmare una di quelle vacanze che vengono definite alternative o per meglio dire “fai da te”.

Due i punti fondamentali di questo progetto: non essere vincolato a date prestabilite e soprattutto ehm… costare poco!

Tenendo conto dei sopracitati punti ecco che prese forma il progetto di una (mini) vacanza in compagnia della mia vecchia ma fidata mountain bike, indubbiamente il mezzo più ecologico ed economico che ci sia, un piccolo tour con itinerario da definirsi della durata di una settimana.

Certo, e i pernottamenti? Trovare una branda nel mese di agosto in località di villeggiatura può risultare piuttosto difficile e ammesso di riuscirci può diventare dispendioso (“i nostri prezzi sono questi e bla bla bla…”)…d’altro canto uno mica può dormire per strada, deve pur lavarsi, insomma deve evitare dopo una vita tutto sommato dignitosa, di essere fermato per vagabondaggio… magari a St. Moritz!

No problem, la soluzione è semplice: campeggio!

Preparativi
Sull’onda dell’euforia organizzativa ecco che i due metri quadri (scarsi) della mia micro tenda a forma di triangolo scaleno vengono giudicati più che sufficienti, il centimetro di spessore del materassino quasi superfluo, il sacco a pelo c’è, la mountain bike pure, quindi urge solo acquisto di n°2 capienti borse da applicare ad un robusto portapacchi di leggerissimo ferro speciale recuperato, assieme a n°2 parafanghi di leggerissimo alluminio, da una mtb penso appartenuta ad uno dei pionieri, anzi, a me, me la regalarono i miei genitori quando ero un ragazzino nel 1985.

Confortato dalla certezza di avere a disposizione un mezzo di ultima generazione passai alla stesura dell’itinerario e alla ricerca dei vari campeggi in cui pernottare. Ecco, l’itinerario; i fattori che ne determinano la scelta sono fondamentalmente tre: il tempo a disposizione, la bellezza a livello paesaggistico e le difficoltà a livello altimetrico rapportate al grado di allenamento raggiunto.

La valutazione obbiettiva di quest’ultimo fattore avrebbe dovuto farmi abbandonare ogni velleità pseudo avventurosa e farmi ripiegare su una più salutare biciclettata domenicale ma l’avventuriero che c’era, (e c’è ancora…) in me non volle sentir ragioni indi per cui l’obiettività finì nel cexxo.

Presa da ottimismo irrefrenabile (proprio io, pessimista cosmico) la mia mente, evidentemente disturbata a quel tempo, scartò subito destinazioni raggiungibili con relativamente facili pedalate verso lidi balneari o lacustri con eventuale ritorno tramite rotaia, ma partorì un itinerario che prevedeva la partenza da casa in direzione nord est con eventuale sconfinamento all’estero per dare un tocco di internazionalità all’impresa.

Itinerario
Pianificare un itinerario per un viaggio improvvisato come il mio non è cosa facile; bisogna trovare campeggi dove dormire ed essendo in bicicletta serve andare a colpo sicuro evitando spiacevoli sorprese della serie “l’hanno chiuso l’anno scorso, ma ce n’è un altro bellissimo una trentina di km più avanti…”;

poi evitare itinerari più adatti ad un ironman che al sottoscritto ma che al tempo stesso siano anche interessanti da punto di vista paesaggistico volti a dare un senso a tutto sto sbattimento.

Ecco che dopo lungo travaglio partorii un tour che partendo da Clusone scende al lago D’Iseo risale la Val Camonica fino al Passo Tonale, discende la Val di Sole, scavalca il Passo Palade, attraversa Merano, risale la val Passiria fino agli oltre 2500 mt dello sconosciuto Passo Rombo (o Timmelsjoch) sconfinando in Austria. Da qui si scenderà tutta la valle dell’Oetz e dopo aver attraversato un parco naturale si salirà verso il Passo di Resia rientrando nel Belpaese dove, dopo aver affrontato la prima parte della Val Venosta in discesa, chiuderemo in bellezza con la scalata del Passo dello Stelvio (2758 mt s.l.m.!) dalla parte altoatesina, la più dura naturalmente, concludendo trionfalmente l’impresa a Bormio dopo circa 500 km e 5 passi alpini alle spalle.

A tavolino tutto perfetto; ora, se avete ancora voglia di leggere, scoprirete come è andata sulla strada….

La sera prima
Tutti spero avrete fatto le ferie almeno una volta nella vita e, a meno di non avere un maggiordomo, di solito il giorno prima della partenza è sempre dedicato alla preparazione delle valige: dite la verità: due palle pazzesche! “Cosa metto cosa non metto, questo sì, questo anche e questo pure ed anche questo che non si sa mai….” ed ordinatamente stivate il tutto nei vostri trolley valige e zainetti orgogliosi di essere riusciti a farci stare tutto, ma proprio tutto, che neppure la neve ad agosto in Tunisia vi coglierebbe di sorpresa e ritrovandovi poi, al ritorno, ad osservare perplessi gli stessi vostri trolley valige zainetti sopracitati strapieni sul letto con un altro mucchio di vestiti a fianco…

(P.S.: naturalmente in Tunisia non è nevicato nemmeno quell’anno…)

Questa premessa per dire che per il mio tour cicloturistico i preparativi pre partenza sono stati tutt’altro che pallosi, anzi…:

Mountain bike di solido Cromo Molibdeno decennale marca Shogun (sconosciuta…?)…taaac!
messa a punto del mezzo con relativa prova su strada delle 2 ruote nuove di zecca acquistate in offerta da Decathlon…taaac!
adattamento del portapacchi, dei borsoni e dei parafanghi al sopracitato mezzo di ultima generazione grazie all’ausilio di pinze e fil di ferro…taaac!
il vestiario solo strettamente indispensabile e possibilmente in materiale tecnico per ridurre il peso…taaac!
luce anteriore e posteriore per eventuali gallerie, n°2 cellulari che non si sa mai, camera d’aria e attrezzi per manutenzione, tenda , sacco a pelo, materassino, mappe della Kompass (le migliori!) e casco…taaac!
Sveglia ore 05.00
Come spesso mi succede, la notte antecedente la partenza per le vacanze faticai a prendere sonno; ogni 5 minuti a guardare la sveglia, a non veder l’ora che fossero già le 5, a sperare in una bella giornata insomma tutto fuorché dormire…è difficile così spiegare il rincoglionimento al momento in cui le 5 arrivarono: coma più totale. Ma non ero rimasto sveglio tutta notte? Boh…

Comunque colazione abbondante, vestizione, prime luci dell’alba e alle 6:30 il via!

1a tappa: CLUSONE – TEMU’
Finalmente parto; è una bella giornata, l’aria è fresca e i primi chilometri li passo ovviamente a pensare che qualcosa sicuramente l’ho dimenticato a casa (come se poi in tal caso tornassi indietro a prenderlo…); fortunatamente non mi viene in mente nulla e quindi mi lancio più serenamente nella discesa verso Lovere, sul lago d’Iseo. Qui tolgo la mantellina e inizio la lunga ma dolce risalita della Val Camonica in direzione Temù. Mi fermo per un caffè a Darfo e poi tirata unica fino a Edolo dove faccio la sosta pranzo. Dopo essermi rifocillato copro gli ultimi 20 km, i più duri, che mi separano dal campeggio di Temù e verso le 15 sono sotto la meritata doccia nemmeno tanto stanco dopo quasi 100km. Il campeggio è carino, vista Adamello e non troppo affollato, socializzo con alcuni vicini di tenda appassionati di montagna con cui mangio una pizza la sera e alle 21:00 sono già nel sacco a pelo.

2a tappa: TEMU’ – MERANO
Dopo una scomoda dormita mi alzo di buon’ora e dopo aver radunato tutte le mie cose parto alla volta del primo bar aperto dove faccio colazione prima di affrontare il Passo del Tonale (1900 mt). E’ la prima vera salita e la affronto con una certa prudenza comunque il morale è alto e prima delle 9 sono al passo. C’è il sole e fa freschino, mangio una barretta e mi lancio in discesa prima di immettermi nella Val di Sole, bella ma interminabile e con un vento contrario veramente micidiale che rende dura la vita del cicloturista improvvisato. Comunque arrivo a Revò dove mi rimpinzo di panini e coca cola e recupero un po’ di energie prima di salire fino a Fondo tra infinite piantagioni di mele e poi attaccare il secondo passo della giornata, il Passo Palade (1512 mt).

Normalmente non sarebbe una salita molto impegnativa, ma dopo tutti i chilometri già percorsi la fatica si fa sentire e la sommità del passo sembra non arrivare mai; in più si mette pure a piovigginare ma non mollo e riesco finalmente ad arrivare in cima e trovare riparo giusto un istante prima dell’acquazzone pomeridiano: gli dei sono con me!

Tornato il sole affronto la discesa, piuttosto tortuosa, verso Merano e scopro che il campeggio è sito in una frazione di Lana, Foiana di Lana, raggiungibile (dulcis in fundo) dopo 2 km di strada ripidissima: gli dei mi hanno già abbandonato? Trovato finalmente il campeggio, pienissimo, monto la tendina e mi butto sfinito nella piscina. La sera mangio costine alla grigliata organizzata dal gestore, anche se non avevo prenotato (bontà sua), non socializzo con nessuno e mi rintano in tenda prima che ricominci a piovere.

Mi addormento in un millesimo di secondo.

3a tappa MERANO – ZWIESELSTEIN (Austria)
La sveglia suona alle 6.00, la spengo e prontamente mi giro dall’altra parte. Ha piovuto tutta la notte e non ho il coraggio né tantomeno la voglia di mettere fuori il naso per vedere che tempo fa’. Se fosse brutto sarebbe un rischio partire visto che la tappa di oggi prevede lo sconfinamento in Austria tramite il Passo del Rombo/Timmelsjoch (oltre 2500 mt); una salita che si preannuncia durissima essendo lunga 25 km con 1900 mt di dislivello. Cominciano a farsi strada i primi dubbi. Fortunatamente un bisogno impellente non più rimandabile mi costringe ad uscire dal sarcofago; in stile zombie esco dalla tenda e, prima bella notizia, vedo che il tempo non è proprio bellissimo ma sembra migliorare.

Spazzo tutti i dubbi, raccolgo la mia roba e, seconda buona notizia, il gestore mi fa pure lo sconto “cossì tu fare pella collazione!”. Ovviamente in zona non c’è un bar aperto nemmeno a piangere sudtirolese e devo scendere fino a Merano; lì trovo il bar di una pensioncina dove non hanno brioches ma solo fette di strudel. In previsione della giornata che ho davanti ne mangio due, buonissime e soprattutto ipercaloriche, quello che ci vuole.

Attraverso la bella città, prendo la strada per la Val Passiria e risalgo a fianco del torrente fino a raggiungere S.Leonardo in Passiria verso le 10:30. All’inizio della tappa ero piuttosto imballato e i muscoli erano indolenziti, ma col passare dei km la situazione è migliorata e la pendenza costante ma dolce della prima parte della valle si è dimostrata l’ideale per carburare.

La Salita. parte prima
Dopo la breve sosta rigeneratrice a San Leonardo mi faccio coraggio e mi inoltro nella valle impervia verso il passo Rombo/Timmelsjoch con la strada che si fa man mano sempre più ripida. Attraverso Moso in Passiria e decido di continuare ancora un po’ finché, ormai in riserva sparata, mi par di scorgere in lontananza un chiosco ai bordi della strada. Miraggio? Allucinazione di un cicloturista in crisi di fame? Macché! Il profumo di salamelle e würstel è verissimo, la mia salvezza, l’oasi in mezzo al deserto a quasi 2000 mt di quota!

La Salita. parte seconda
Come fa quel proverbio? “Pancia piena chiama riposo”, penso seduto sulla panca in legno scaldata dal sole a fianco del chiosco.

Purtroppo non c’è tempo di goderselo perché il tempo mi preoccupa un po’; ormai le nuvole stanno prendendo il sopravvento e guardando in alto verso il passo la strada scompare tra nebbie che non lasciano presagire nulla di buono. Il dilemma è: tornare indietro verso il primo paese o continuare verso la valle oscura? Mi viene in aiuto il Gianni dell’unieuro con il suo ottimismo: continuiamo e così sia!

La Salita. parte terza
Riparto quindi autoconvinto più che mai e il tratto di strada seguente non molto duro mi aiuta a riprendere il passo; salgo piano ma deciso, non penso a nulla e mento a me stesso fingendo di non udire i tuoni (anzi, i Rombi…uahuahuah!) che si sentono in lontananza.

Intanto la salita si è fatta dura e sembra non finire mai. Sono costretto a fermarmi per coprire le borse perché nel frattempo è iniziata una pioggia sottilissima ma costante che non da tregua. Dietro una curva mi ritrovo all’imbocco di una galleria non illuminata, fortunatamente in pianura, lunga meno di un km; la percorro e all’uscita la sorpresa: sulla strada uno strato di grandine, un cartello segna un km al passo e mentre procedo con cautela si abbatte il temporale.

Al Passo Rombo/Timmelsjoch
Riesco per miracolo ad arrivare alla tettoia dell’ex dogana e vi trovo altri ciclisti, alcuni che mi avevano superato in precedenza ed altri che erano saliti dal versante austriaco.

Questo mi fa piacere, mi sento un po’ meno solo, anche perché in questo scenario da tregenda il Passo Rombo/Timmelsjoch ha un’aria piuttosto lugubre.

A una cinquantina di metri vedo, anzi, meglio dire intravedo quello che sembra essere un rifugio; sarebbe la manna dal cielo e mi avvio in cerca dell’ingresso; giro l’angolo e sorpresa: altri ciclisti che cercano riparo sotto una piccola tettoia vicino all’ingresso. Ricordo ancora i loro sguardi di compassione quando provai ad abbassare la maniglia della porta. Chiusa.

Dopo fanculizzamento mi ritiro con dignità sotto il mio casello e dopo essermi cambiato mangio una San Barretta e bevo una coca comprata prima al chiosco in attesa di una tregua. Mi da speranza un ciclista austriaco sui 50 che rivolgendosi a me mi fa capire che nel giro di un quarto d’ora sarebbe passata; “Sarà del posto” penso io, “parla per esperienza”… infatti dopo 5 minuti saluta e si lancia nella tormenta…ma come penso io, non doveva smettere? Boh…

La Discesa
Aspetto ancora un po’ ed assodato che quello con la meteorologia non c’entrava una mazza decido di scendere, anche perché fa un freddo cane (il termometro sul muro segna 6 gradi…). Guardo con invidia alcune auto che transitano lentamente sul passo e decido di accodarmi a loro per la discesa.

A differenza del versante italiano dove la salita è stretta e tortuosa, la discesa in Austria presenta una strada molto ampia e piuttosto ripida costringendomi a rimanere costantemente attaccato ai freni; in breve tempo le dita di mani e piedi sono rattrappite. Quando piove e fa freddo la discesa è peggio della salita.

Questa è la valle dell’Oetz, non vi ricorda nulla questo nome? Avrete forse sentito parlare dell’Uomo di Similaun, la mummia risalente a circa 5000 anni fa, ritrovata sui ghiacciai italiani della confinante Val Senales nel 1991 perfettamente conservata e con una storia affascinante da raccontare. Ecco, quest’uomo del Neolitico che ora riposa nel Museo dell’Alto Adige è stato ribattezzato “Otzi”. Non so il perché (o forse sì…), ma mentre scendevo semi assiderato pensavo a lui; strani scherzi fa la mente.

Mentre procedo in questo mio calvario al contrario, saluto stupefatto alcuni ciclisti (e cicliste) che incuranti della pioggia salgono verso il Timmelsjoch; cioè, io scappo dalla bufera e loro in bici da corsa ci vanno proprio in mezzo? Boh…

Bene, (viva l’ottimismo!) considerando che sono quasi 9 ore che sono in giro, 100km fatti e sono ormai le 17 in un momento di lucidità ritengo opportuno evitare il campeggio e mi rifugio in un albergo a Zwieselstein (1472 mt), un piccolo paese vicino Solden.

La proprietaria, gentilissima, non mi fa neppure parlare e mi consegna subito le chiavi di una camera.

Trenta minuti trenta di doccia bollente, un godimento incredibile! Sistemo la bici in garage ed è già ora di cena. Scopro con piacere che si mangia da Dio.

Dopo cena metto fuori il naso e sembra Dicembre, altro che Agosto. Meglio andare a letto.

Mi addormento in un microsecondo.

Ah, dimenticavo: piove.

Zwieselstein
La mattina seguente mi sveglio alle 6, guardo fuori dalla finestra e ritorno sotto il piumone: piove.

Meglio così, non me la sento proprio di rimettermi in bici, ho bisogno di riposare dopo la tappa massacrante, in tutti i sensi, del giorno prima.

Mi alzo con calma e dopo una mega colazione con ogni ben di Dio, metto fuori il naso per esplorare il villaggio. Dopo 10 minuti sono già di ritorno; non c’è nulla da vedere a parte il torrente Oetz che scorre impetuosamente lì vicino; in alto deve essere diluviato tutta la notte e il telegiornale dice che a quota 2000 è nevicato.

Praticamente dormo tutto il giorno.

Purtroppo le previsioni non sbagliavano e anche il giorno successivo è pessimo. In mattinata piove, mentre nel pomeriggio approfittando di una tregua decido di avventurarmi a piedi fino a Solden. Sono circa tre km e praticamente non c’è un muscolo che non mi faccia male. Evviva. Visito un po’ il paese e toh!, ricomincia a piovere. Fortunatamente ho l’ombrello, ma sono costretto a comprarmi anche un giubbino perchè fa freddo.

Tornato in albergo il cuoco (bravissimo) che parla un po’ di italiano dice che l’indomani dovrebbe essere una bella giornata, quindi dopo cena preparo tutto per una possibile partenza.

Il cuoco aveva ragione, infatti è una giornata bellissima ma fa un freddo assurdo!

Dopo 1 ora (!) di colazione pago (nemmeno molto) e riparto sperando che il tempo regga. In questi 2 giorni di soggiorno all’Hotel Zwieselstein mi sono trovato benissimo, lo consiglio sicuramente.

4a tappa: ZWIESELSTEIN – PRATO ALLO STELVIO
Eccoci qua, all’inizio del sesto giorno del mio viaggio tra le Alpi. Dopo il mio arrivo a Zwieselstein ero veramente stanco, diciamo pure a pezzi. Trecento km in bici a quel modo non si improvvisano e il mio è stato un azzardo in rapporto allo scarso allenamento di quell’anno. Ma ora sono in Austria, con le alpi tra me e l’Italia e non è il momento di pensare troppo sul da farsi. Tutto sommato poteva andare peggio e vuoi con un po’ di fortuna, un po’ di calma e tantissima forza di volontà fin qui sono arrivato.

La tappa di oggi si sviluppa per buona parte in Austria per poi rientrare in Italia.

La prima parte è piuttosto facile, quasi tutta in leggera discesa fino in fondo alla valle dell’Oetz. A quel punto rischio di sbagliare strada: infatti mi trovo di fronte ad un tunnel lungo ben 7 (sette!) km. Chiaramente non si può fare in bici e mentre cerco sulla cartina un’alternativa mi affianca un cicloturista, forse tedesco, che chiede lumi sulla strada per Landeck; cerco di spiegargli che anche io sto andando lì, e lui fa’ alcuni segni sulla cartina borbotta qualcosa indica una discesa poi saluta e parte deciso. Che faccio? Al momento sono tentato di seguirlo, ma poi decido di prendere un’altra direzione ed imbocco una strada secondaria che si inoltra in un bosco, sembrerebbe una ciclabile, ma più pedalo e più sono convinto di avere sbagliato, l’asfalto lascia spazio allo sterrato, poi mi tocca scendere e spingere in salita e quando comincio a pensare di dover fare un campeggio fuori programma ecco una bella strada asfaltata.

Il ritorno in Italia
Sono di nuovo sulla retta via? Secondo la cartina sì, dovrei addirittura attraversare un parco nazionale…!

In effetti la strada è molto bella, attraversa piccoli paesini immersi nel verde, il traffico quasi inesistente, il silenzio; ha solo un piccolo difetto: è quasi tutta in salita! O meglio, alterna strappi micidiali a piccoli tratti pianeggianti.

Questo cambio di itinerario mi scombussola la tabella di marcia quindi cerco di fermarmi il meno possibile per ritornare sulla meno poetica ma più conosciuta statale del Passo di Resia.

Finalmente dopo tanto salire ecco l’agognata discesa, e che discesa! Almeno 6 o 7 km ripidissimi che mi portano in picchiata verso Prutz nella valle di Resia, dove, dopo una breve sosta pranzo, riparto alla volta dell’omonimo passo che mi riporterà in Italia.

La risalita della valle di Resia non presenta eccessive difficoltà altimetriche, la strada infatti, molto trafficata, sale dolcemente verso il passo presentando solo nel finale alcuni km impegnativi. Mette però a dura prova la psiche del sottoscritto con i suoi rettilinei interminabili.

La giornata è torrida, fa un caldo tipo Milano a ferragosto e sono costretto a fare continue soste ad ogni fontanella che incontro sul mio (lento) cammino.

Verso le 15:30 giungo finalmente a Nauders, l’ultimo paese prima del confine italiano; qui rivedo il tedesco di qualche ora prima fermo ai bordi della strada a riposare. Mi fermo. Lui saluta calorosamente e mi racconta qualcosa che naturalmente io faccio finta di capire. Sono tentato di chiedergli dove fosse diretto ma alla fine lascio perdere, troppo complicato. Una stretta di mano e riparte verso il lago di Resia mentre io decido di riposarmi ancora un po’, sono stanchissimo. Mangio un gelato e mi rimetto in marcia verso l’ormai prossimo Passo Resia (1525 mt). Dopo il breve soggiorno in albergo il solo pensiero di un’altra notte in tenda mi fa stare male, quindi cado subito in tentazione e vado alla ricerca di un posto letto. Massì penso, ‘fanculo il risparmio!

Niente da fare, non si trova una brandina nemmeno a pagarla oro! Rassegnato ri-inforco la bici e discendo la bella val Venosta, attraverso San Valentino, Malles, passo per Glorenza e finalmente arrivo nell’agognato campeggio a Prato allo Stelvio. Sono le 17:30. Guardo incredulo il contachilometri: ne segna 146. Mai fatti in vita mia, nemmeno con la bici da corsa. Il mio fondoschiena ringrazia.

In un amen, sotto lo sguardo incuriosito dei vicini, monto la tenda e dopo un’estenuante caccia al tesoro per quei caxxo di gettoni per la doccia, sbrano una pizza al ristorante mescolato fra tifosi tedeschi e olandesi, quasi tutti piuttosto su di giri, complici un Germania-Olanda in Tv e soprattutto qualche media di troppo.

Dopo l’ennesimo e sempre più strascicato coro da stadio, opto per una ritirata strategica nella mia suite a piano terra.

In previsione di quel che mi aspetta l’indomani è la cosa più saggia da farsi, anche se il solo pensiero della scalata al Passo dello Stelvio è roba da togliermi il sonno.

Ma dopo un nanosecondo mi addormento.

5a TAPPA: PRATO ALLO STELVIO – BORMIO
Ore 6.00.

Inizia il settimo e ultimo giorno di questa mia improvvisata avventura e l’ultima tappa prevede soltanto la scalata dello Stelvio che, per chi non lo sapesse, é “solo” il secondo valico alpino più alto d’Europa con i suoi 2758 mt s.l.m.

L’itinerario prevede la scalata dalla parte altoatesina, la più dura ovviamente, con successiva discesa dal versante lombardo con capolinea Bormio, in Valtellina, dopo circa 60 km.

Un cicloturista che si rispetti NON può mancare all’appuntamento con i quasi 26 km e i 48 (quarantotto!) tornanti dello Stelvio.

Ed io ora sono qui, con una bici che sembra incollata a terra ogni giorno di più, con già percorsi 440 km tra monti, valli e bufere alle spalle e con 4 kg in meno di quando sono partito.

Va beh, dopo questo preambolo passiamo alla cronaca della giornata.

Ore 7.00. Si parte.
La giornata è splendida, l’aria è fredda ma il falsopiano che precede l’inizio della salita vera e propria permette un ottimo riscaldamento.

Dopo il tour de force del giorno prima mi sento sorprendentemente e inaspettatamente bene ed affronto la prima parte fino a Gomagoi (1260 mt) in discreta scioltezza; ho tempo persino di ammirare il panorama.

Trafoi (1543 mt).
Qui comincia un’altra storia. Questo paesino, sito in un incredibile contesto paesaggistico e famoso per aver dato i natali a Gustavo Thoeni, segna il confine tra la fine della salita e l’inizio della Salita “vera”.

Trafoi si annuncia circa un km prima con la strada che inizia ad impennarsi sotto le ruote, si presenta quando lo attraversi con rampe ripidissime e ti saluta quando lo superi con tornanti da mulattiera dentro il bosco che mi costringono alla prima sosta della giornata: praticamente la velocità con cui salgo è incompatibile con l’equilibrio. E’ una legge fisica, in tutti i sensi.

Cerco di concentrarmi, l’iPod come compagno, il massiccio di rocce scure dell’Ortles e del suo ghiacciaio incombono alzando lo sguardo. Ora l’unico panorama che mi interessa ora è la ruota davanti.

Dopo circa 2 ore di salita ed alcune soste arrivo ad un grosso rifugio dove ovviamente faccio tappa obbligata essendo ormai in riserva da molti km. Mangio un panino con l’immancabile coca e mi sgranchisco la schiena.

Gli ultimi 7.
Gli ultimi 7 km sono lì, sopra di me; la strada è tutta visibile fino al passo, come una sfida a quelli che vogliono proseguire e si inerpica sul fianco destro della montagna con una serie infinita di tornanti. Non voglio sembrarvi blasfemo, ma allora mi sembrò la Via Crucis.

Ok, rimonto in sella e riparto cercando di concentrarmi solo sul respiro ma i tornanti numerati non aiutano certo il morale. Un conto alla rovescia che sembra non aver mai fine.

La strada è stretta e molto trafficata. C’è di tutto. Chi sale in camper, chi in macchina, altri in moto e naturalmente tanti, tantissimi ciclisti quasi tutti con bici da corsa. Ormai vado avanti solo con la forza di volontà. L’unico pensiero è arrivare al Passo. Ancora oggi non so spiegare dove ho raschiato le ultime energie per continuare, ma sono li mi sono convinto che a volte ci poniamo limiti che non sono fisici ma mentali, limiti che possono essere superati. Basta volerlo.

Certo un ruolo decisivo, quasi una mano che mi spingeva su, l’hanno avuto i continui incitamenti che ho avuto da praticamente tutti i ciclisti che mi hanno superato; ogni “forza!” e ogni “dai!”, erano come una folata di vento alle spalle. Ma c’è un episodio che voglio ricordare: un ciclista straniero, di non so dove, superandomi al doppio della velocità mi si affianca un attimo e girandosi verso di me con fare serissimo mi dice “respect!” e poi se ne va’. Ricordo che dopo un attimo di imbarazzo mi vennero quasi le lacrime agli occhi. Non so dire il perchè ma quella parola, dettami in quel modo e con quel rispetto da un perfetto sconosciuto, fu la scintilla che mantenne accesa la fiammella che mi diede la possibilità di continuare ancora, la convinzione che ce la potevo fare. Lo ringrazio ancora oggi.

Intanto, tra un pensiero sensato ed altri cento che non so descrivervi supero l’ultimo tornante e dietro una semicurva, quasi a sorpresa, ecco il cartello, ”Passo dello Stelvio/Stilfser Joch 2758 mt s.l.m.”.

E’ finita. Quasi non mi sembra vero. Dopo più di 3 ore e mezza di scalata sono lì che faccio foto al ghiacciaio dell’Ortles.

Mangio 2 panini e poi cerco un cartello libero dagli sciami di turisti per immortalare l’evento con la foto di rito. Trovo libero quello del versante valtellinese e mentre mi appresto a fotografare la mia fedele bici una ragazza che sale in bici da Bormio si ferma apposta, senza che io le chieda nulla, e si offre di farmi la fotografia. Grandissima!

La discesa verso Bormio è solo una formalità e il contachilometri alla fine segnerà 502 km.

Lasciatemi scomodare la retorica per dire che questo viaggio, sicuramente improvvisato, con le sue difficoltà e con i suoi momenti difficili, mi ha insegnato soprattutto una cosa: a non abbattersi mai di fronte alle prime difficoltà, perché anche nei momenti più duri, che siano solo una salita o un brutto periodo della nostra vita, la prima risorsa per superarli, la più importante è lì, dentro di noi. Basta solo cercarla.

Grazie a tutti quelli che hanno avuto la pazienza di leggere fino alla fine.

Riccardo.